Il problema difficile e la fine della psicologia

In Prima e terza persona. Forme dell’identità e declinazioni del conoscere. ATQUE n. 13 – anno 2013
a cura di F. Desideri, P. F. Pieri

Giampiero Arciero

Il 17 luglio del 1990 ero a Santa Barbara, California. Lavoravo nel dipartimento di Psicologia di quell’Università sotto la direzione del compianto Mike Mahoney, uno dei padri americani della rivoluzione cognitiva. In quella piccola Università, una sorta di cimitero degli elefanti illustri, insegnavano in quegli anni vari premi Nobel e molta gente dell’America accademica, più o meno brillante, era continuamente invitata a dare conferenze. Noi avevamo un laboratorio dove oltre a studiare i resoconti autobiografici, indagavamo sugli stati alterati e sui flussi liberi di coscienza di soggetti in condizione di deprivazione sensoriale. L’orizzonte che guidava i nostri interessi non era però la ricerca sugli stati mentali così cara all’establishment cognitivista di quegli anni, ma proprio quel “C-word” che dai tempi di William James più nessuno osava pronunciare nell’ambito di un discorso scientifico serio sulla psicologia: noi ci occupavamo di “coscienza”.

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