Sul Post Razionalismo

A margine di un confronto fra Cutolo e Mancini

Giampiero Arciero

In this article is discussed the meaning of the word post-rationalism in Guidano’s post-rationalist theory and in the actual perspective of the Post-Rationalist Institute (IPRA).

In questo articolo vengono discusse le differenze del significato del termine post-razionalismo nella teoria post-razionalista di Guidano e nell’attuale prospettiva dell’Istituto Post-Razionalista (IPRA). Già da qualche numero su “Quaderni” è in corso uno scambio fra Cutolo e Mancini che ha come sfondo la teoria post-razionalista di Vittorio Guidano. Poichè io sono il responsabile dell’Istituto Post-Razionalista fondato con Vittorio Guidano –quando era ancora in vita- mi permetto di intervenire in questa discussione guidato soprattutto dalla necessità di chiarire a chi legge, due temi di fondo che in questo scambio risultano particolarmente confusi. Non entrerò pertanto negli argomenti specifici su cui Cutolo e Mancini dibattono -avendoli peraltro trattati altrove (Arciero 2006, Arciero & Bondolfi 2009)– proprio perchè mi interessa gettare luce sui presupposti che guidano le argomentazioni dei nostri due interlocutori.

In primo luogo dunque cosa significa “Post” e poi cosa indica “Razionalismo” nella dicitura “Post-Razionalismo”.

Il Post

E’ noto che in latino il post indica una preposizione di luogo -per esempio, post tergum significa alle spalle- o di tempo, ed in generale significa dopo. Questo secondo significato genera molte ambiguità proprio perchè il dopo temporale può indicare non solo il “poi” ma anche un un “al di là”, un oltre, un superamento di…come per es. nella frase: dopo la crisi hanno avuto un figlio. Ebbene, dalle risposte di Cutolo sembra che egli intenda (e forse non è il solo) questo post, come un oltre, come un al di là del razionalismo. Deduco ciò da quello che egli scrive quando incalzato da Mancini sulla incapacità evidente del post-razionalismo di Guidano di produrre ricerca scientifica controbatte citando prima delle pubblicazioni non propriamente scientifiche in quanto non sottoposte a peer review per poi concludere dicendo che per “post-razionalismo” si intende “un modo di pensare”. Non comprendo bene a partire da quali fondamenti Cutolo faccia queste affermazioni; certo è però che se il post-razionalismo fosse stato semplicemente un modo di pensare non sarebbe possibile capire in base a che cosa Guidano insisteva sulla sua scientificità o meglio sulla differenza fra una psicologia e psicopatologia esplicativa rappresentata appunto dal post-razionalismo versus una psicologia e psicopatologia descrittiva. Quindi, se di modo di pensare si tratta, è quantomeno un modo scientifico-naturale di pensare.

D’altro canto un po’ sorprende che anche Mancini capace di citare Cicerone in latino pure in situazioni visceralmente impegnative (come ci ha mostrato qualche anno fa) si sia lasciato sfuggire che il significato del post sia temporale. Ma forse Mancini ha messo in pratica quella parsimonia della curiositas che il suo amato Cicerone consiglia nel De Officiis e nel De Finibus rinunciando così a speculare su quel post in quanto cosa superflua. Eppure cosa superflua non è perchè se il post significa “dopo”, senza che questo implichi un “superamento di”, il termine post-razionalismo perde quella sfumatura di senso che indica l’oltrepassamento di una certa posizione e vuol semplicemente dire: “dopo il razionalismo”.

A questo punto è necessario chiedersi cosa si intende con questo “dopo” rispetto ad un prima del razionalismo e come era questo prima tanto che si è avuta la necessità di invocare un dopo. Certamente questo passaggio non può essere compreso o può essere frainteso se non ci si rende conto che la necessità di creare una psicologia scientifica “post-razionalista” passa inevitabilmente per un metodo. Questo punto è fondamentale. Se infatti non fosse così, ogni pretesa di scientificità –che fa chiaramente ricorso nel nostro caso al punto di vista delle scienze naturali– andrebbe completamente in fumo. Allora il post non può riguardare il razionalismo in quanto prospettiva concettuale, perchè se così fosse non si potrebbe più parlare di una psicologia scientifico-naturale. Il post concerne invece il metodo.

Chiunque ha fatto un esperimento -riportandone alla comunità scientifica i risultati- ed ha riflettuto sulle operazioni che ha compiuto nel farlo sa che il fondamento del metodo riguarda la designazione dei criteri (di giudizio) in base ai quali cogliere i fenomeni, tanto che li si possa indicare nel modo più univoco possibile. Ciò rende l’esperimento controllabile e riproducibile. L’atteggiamento teoretico delle scienze implica infatti necessariamente che le esperienze fattuali siano pensate a partire da categorie normative e quindi alla luce di leggi generali. Perciò la ricerca scientifico-naturale, che è sempre guidata dal metodo, è sempre orientata dalla corrispondenza fra il giudizio e l’oggetto (Adequatio rei et intellectus). Questo significa che quando Guidano parlava di una psicologia post-razionalista e la voleva scientifico-naturale il problema non poteva essere quello di andare oltre il razionalismo. Del resto se fosse stato così non avrebbe mai unito le sue prospettive con quelle di un biologo come Maturana. Ed al suggello di questo incontro andammo insieme in Santiago nel 1990.

Se il post dunque si riferisce al metodo -ed è evidente che non potrebbe essere altrimenti– il nuovo metodo deve indicare nuovi criteri. Ed infatti mentre l’approccio predittivo, per es. della fisica, è metodologicamente fondato sulla anticipazione e sulla previsione esatta di un dato fenomeno, questa nuova metodologia spiega il comportamento di un organismo attraverso un meccanismo in grado di riprodurre il fenomeno osservato come risultato della dinamica interna delle sue operazioni. Il metodo dunque, invece che della predizione, è quello della ricostruzione ed è perciò detto costruttivista (Varela 2001). La ricostruzione deve pertanto render conto della conformità del comportamento osservato con il comportamento che emerge come risultato del meccanismo proposto per spiegarlo (Adequatio rei et intellectus). Il costruttivismo così inteso è dunque una altra possibilità del metodo razionalista. Non è un caso che il metodo della ricostruzione sia stato preso a prestito da uno dei più importanti neo-kantiani dell’inizio del ‘900, Paul Natorp della scuola neokantiana di Marburgo, che ne fece la spina dorsale della sua imponente Psicologia Generale (1912). Il costruttivismo era la soluzione di Natorp al problema dello studio scientifico del significato (per es., la relazione tra realtà e determinazione categoriale nella genesi del significato, il problema della differenziazione del significato, gli elementi determinanti il significato nella individualità storica,il rapporto tra sfera logica e psicologica, etc. ); un dibattito serrato, quello sul significato, che aveva coinvolto a partire dalla seconda metà dell’800 pensatori del calibro di Lotze, Cohen, Windelband, Rickert, Dilthey, Frege, fino alle straordinarie intuizioni della sesta ricerca logica di Husserl (l’intuizione categoriale) ed alla “silenziosa esplosione del neo-kantismo” (attraverso la Logosimmanenz -Immanenza del logico all’oggetto-) dovuta a Lask, l’allievo di Rickert, morto prematuramente in guerra. Saranno soprattutto gli avanzamenti di questi ultimi due nell’ambito della logica che permetteranno ad Heidegger di fondare una ermeneutica metodologicamente rigorosa (Keisel 1996).

Le ricerche neo-kantiane entrano nella neurofisiologia attraverso la prestigiosa scuola di Utrecht, la scuola del “Körpstellung”, che valse al suo fondatore, Rudolph Magnus, la nomina al Nobel. Magnus morì prima dell’assegnazione. L’ultima sua grande conferenza ha per titolo: “The phisiology of the apriori”. Il suo allievo De Barenne, che dopo la morte di Magnus abbandona Utrecht per Yale, pubblicherà nel 1930 un articolo dal titolo altrettanto eloquente: “The Phisiological apriori”. De Barenne sarà dal ’30 al ‘40 il maestro di neurofisiologia di McCulloch che nel 1943 pubblicherà con Pitts il famoso “A logical calculus of the Ideas Immanent in Nervous Activity” ritenuto uno dei due articoli fondamentali della cibernetica. Nel laboratorio da lui diretto alla fine degli anni ’50, Lettvin con Maturana et al. svilupperanno il concetto di auto-organizzazione (Yovits et Cameron 1960). E’ questa la genealogia della epistemologia sperimentale come amava ripetere McCulloch. Questa è la “strada neurofisiologica” seguita dal costruttivismo neokantiano prima che il post-razionalismo se ne sia appropriato come se fosse una novità. Se però la teoria post-razionalista di Guidano non si colloca oltre il razionalismo bensì essa stessa è razionalista, questo vuol dire che forme diverse di razionalismo pur differenziandosi per il metodo hanno un fondamento comune: la ricerca della verità orientata dalla corrispondenza fra la presa teoretico-conoscitiva (l’idea, il giudizio, la teoria, il meccanismo, etc.) e l’oggetto (Adequatio rei et intellectus). Ma allora di che psicologia razionalista parliamo quando siamo confrontati con il post-razionalismo di Guidano? Arrivo così al secondo tema: cosa indica “Razionalismo” nella dicitura “Post-Razionalismo”.

Il Razionalismo

A me pare che la sintesi di questo approccio si mostri in un adagio ricorrente secondo cui “…l’osservatore attraverso le sue osservazioni introduce un ordine in una rete di processi interconnessi articolati in livelli multipli di interazione e fra loro irriducibili, sebbene simultaneamente presenti” (Guidano 1992). Si tratta qui del modo di intendere la soggettività e la sua relazione col mondo (gnoseologia), ma nello stesso tempo di una definizione dell’operato di un osservatore di quella soggettività (epistemologia). Guardiamo uno per volta questi due punti.

Anzitutto la soggettività o, meglio, l’organizzazione biologica della conoscenza individuale: cioè la soggettività come oggetto. La caratteristica essenziale di questo soggetto è la chiusura rispetto ad ogni accadimento reale. Le situazioni, le circostanze, la vita quotidiana da questa prospettiva non sono altro che perturbazioni di cui il soggetto –come organizzazione biologica– ha esperienza immediata: una esperienza confusa, caotica tanto che non è possibile distinguere una illusione da una percezione come dice Maturana. A partire da questa esperienza bruta le categorie del discernimento, dell’intelletto, costruiranno la spiegazione aposteriori: introdurranno l’ordine. Quest’ordine può essere identificato come un corpus di spiegazioni della realtà organizzato secondo “deep syntactic rules” (come Guidano dice nel linguaggio della grammatica generativa). Non è necessario avere una particolare competenza filosofica per cogliere in questo modo di intendere la soggettività, la visione Kantiana. E’ il famoso Copernicum Dictum dell’Introduzione alla seconda edizione della Critica della Ragion Pura, secondo cui della realtà noi conosciamo apriori ciò che noi stessi vi mettiamo. Le cose cioè si adattano alle leggi del soggetto che le riceve conoscitivamente. La conoscenza consiste perciò nel dar forma attraverso la mediazione categoriale (L’Io che conosce di James) ad un materiale grezzo pre-dato alla sensibilità ed esperito immediatamente (Me molteplice di James). Ma quale è il fondamento di queste categorie che ci permettono di ordinare il caos informe del mondo? In Kant è l’ “io penso”. L’egoità. Il soggetto cioè può essere compreso come la base che unifica tutte le categorie. Questo vuol dire che mentre ordino questa o quella esperienza in accordo a certe determinazioni contemporaneamente sono cosciente di me in quanto soggetto (self consciousness). La soggettività corrisponde così ad un continuo riordinamento che unifica la varietà delle singole esperienze in un senso di unitarietà e di continuità personale. E’ quindi evidente che il significato della mia esperienza è relativo a come io connetto la molteplicità delle esperienze. L’io penso è proprio questo ordine. Ma mentre questo soggetto corrisponde all’ordinamento della varietà dell’esperire, esso stesso sfugge ad ogni ogni presa conoscitiva se non attraverso la generazione di un rimando all’infinito: di un metalivello, di un meta-metalivello e così via. Questo è uno dei problemi a cui Kant non troverà soluzione neanche nella seconda edizione della sua Critica che, come è noto, ha visto la luce dopo circa 6 anni di riflessione e di ripensamenti dalla prima. La soluzione arriverà dalla cibernetica.

Tralascio i pur fondamentali studi sul rapporto fra kantismo, neo-kantismo ed epistemologia sperimentale, la cui origine risale fino a von Helmholtz ed attraversa, come abbiamo accennato, una certa neurofisiologia della fine dell’800 e di tutto il 900, per dare invece qualche indicazione sulla soluzione biologica proposta da Maturana al problema dell’apriori kantiano. Maturana trova nel meccanismo biologico il “luogo” in cui l’io penso si incarna (embodiement); l’io penso corrisponde alla organizzazione biologica stessa. Maturana risolve così il problema di cosa è l’essere di questo “io penso” ed è questa soluzione che autorizza Maturana e quindi Guidano a parlare di ontologia biologica. L’essere è il meccanismo ordinante incarnato come sistema auto-organizzato; perciò vivere corrisponde a conoscere. Certo, viene da chiedersi se effettivamente l’esperienza della vita sia riducibile ad una presa conoscitiva (che tiene il mondo fra parentesi) e se l’essere nella sua storicità sia poi comprensibile come un meccanismo! Ma ben oltre queste domande retoriche, ancor più fondamentale è aver chiaro il fatto che la costituzione di una ontologia regionale come quella che Maturana propone ed a cui Guidano riduce la sua psicologia non rappresenta nessun cambiamento ontologico. Poichè la domanda a cui l’ontologia biologica risponde è quella su “che cosa è l’essere”, essa si inscrive nella tradizione Platonico –Aristotelica che ha guardato all’essere come una cosa a portata di mano (la parola greca è ousia ed Aristotele ne definisce i significati in Metafisica, Delta 5). Non fa nessuna differenza se questa ousia prenderà nel corso della storia della metafisica occidentale il nome di creatura dei, res cogitans, monade, io penso, coscienza che irradia atti intenzionali, sistemi complessi lontano dall’equilibrio o sistemi chiusi auto-organizzati. Dietro tutte queste formulazioni l’essere dell’ente è sempre compreso attraverso le stesse categorie che servono ad afferrare una cosa al presente1. Questo vuol dire che lo studio dell’ente in quanto ente –l’ontologia appunto- che corrisponde a studiare le strutture categoriali comuni a tutto ciò che è, intende ogni ente (per es., le farfalle, le stelle, le pietre, i fiori, le scimmie, gli uomini, etc.) come una cosa. Non si dà cioè in questa tradizione differenza ontologica fra l’essere di un uomo e l’essere di una cosa o, nel caso specifico, l’essere di un sistema! L’ontologia biologica di Maturana si inscrive appunto in questa tradizione. Se quindi non muta l’ontologia, non sorprende per nulla che quello che viene annunciata come scoperta ontologica non abbia prodotto cambiamenti nella comprensione del funzionamento mentale normale e patologico!

Nel contesto evolutivo dell’ontologia biologica la teorizzazione delle emozioni come quella fornita dagli studi sull’attaccamento (supportati dall’imprinting di Lorenz) acquista una rilevanza preminente. L’organizzazione biologica che Maturana fa corrispondere all’organizzazione del conoscere diventa per Guidano l’organizzazione del dominio emotivo e le varie forme di dominio emotivo (o la loro combinatoria) altrettante forme di organizzazione della conoscenza. Orientato da una interpretazione della teoria dell’attaccamento Guidano ne distinguerà 4 (e le possibili combinazioni) che chiamerà Organizzazioni di Significato Personale. Guidano pone così a fondamento dell’organizzazione della conoscenza, dell’io penso, una teoria delle emozioni. Sottolineo: una teoria delle emozioni e non l’esperienza emozionale. Secondo questa teoria non solo le esperienze precoci ma l’affettività adulta, l’amore, in assoluta continuità ed unitarità con le esperienze precoci, assicurano la perseveranza nel tempo dell’organizzazione (la ousia aristotelica) a fronte di ogni cambiamento. Guidano qui prende a prestito la concezione dall’amore come conoscenza da W. I. Thompson la cui genesi è da ricercare nelle intuizioni di Max Scheler e la coniuga con gli studi sull’attaccamento adulto di Shaver e Hazan condotti attraverso le lenti dell’attaccamento infantile. D’altro canto, l’esperienza emozionale vera e propria è invece teorizzata assumendo la prospettiva del padre del razionalismo moderno, Cartesio, che nelle “Passioni dell’anima” le concettualizza in termini di propensione ad agire (Maturana 1994).

Questa teorizzazione della persona pone dunque come equivalente dell’io penso l’organizzazione emotiva che diventa così la matrice del significato. Allo stesso modo dell’io penso, di cui ha preso il posto, l’organizzazione emotiva fornisce il senso di unitarietà, di continuità personale e di permanenza di sé a fronte della molteplicità dei mutamenti. Questa trasformazione dell’io penso permette a Guidano di definire l’uomo come un oggetto stabile –l’organizzazione– sempre uguale a se stesso, determinabile una volta per tutte in relazione al tipo di attaccamento. Dietro la vita reale e lo svolgersi degli eventi sta un uomo ideale che, guidato dall’ordine emozionale dato dall’attaccamento, è capace di trasformare le perturbazioni in significato, autoriferendosi gli accadimenti dell’esistenza secondo la coerenza dell’organizzazione. La multiformità dei fenomeni attraverso la logica dell’autoreferenza è ridotta ad un “core meaning” la cui fondazione è isolata da ogni contesto contingente di modificazione storica. L’esperienza viva è appiattita su forme ideali e sulle categorie da esse desunte che segnano apriori la possibilità di accesso all’esperienza personale.

Questa modalità di accesso del soggetto alla propria esperienza ordinaria è duplicata nel dominio scientifico dalle operazioni dell’osservatore (epistemologia). Torna qui il vecchio adagio, caro ai cognitivisti, dell’uomo come scienziato e della sovrapposizione fra gnoseologia ed epistemologia. Anche nel dominio della pratica scientifica come nella vita ordinaria l’osservatore ricostruisce nella coscienza i fenomeni osservati attraverso la proposizione di un meccanismo in grado di spiegarli coerentemente. L’osservatore cioè (per es., il terapista) ordina secondo principi apriori i dati sensoriali che l’organismo genera in relazione alle perturbazioni ambientali e ricostruisce alla luce della teoria “le regole sintattiche di base che governano gli aspetti invarianti del soggetto” inteso come organizzazione biologica (Adequatio rei et intellectus). In questo modo l’analisi della storia di vita -devitalizzata- resta sottomessa all’idea generale di metodo. Guidati dall’antico fondamento del pensiero razionale secondo cui l’oggetto presente diventa accessibile attraverso l’idea (Platone) –l’applicazione cioè di un universale teorico alle contingenze della vita- il metodo della ricostruzione ricerca la coerenza della organizzazione a partire dalle situazioni parcellari fino ad estendersi a tutta la storia2. Da questa prospettiva il significato storico è solo e puramente un affare di coscienza. Ed è proprio la ricerca delle strutture immanenti del dominio di coscienza -le condizioni trascendentali di possibilità del nostro stesso sapere- che Varela, sulla strada di Husserl ed attraverso una appropriazione singolare di Merleau Ponty, porrà al centro della sua neurofenomenologia. Come conseguenza, mentre la storia della persona è ridotta ad una costellazione logica che come un segno zodiacale determina il destino del soggetto togliendogli le responsabilità degli atti a partire dalle prime fasi dello sviluppo fino alla morte (Arciero 2006) neanche più i genetisti sono guidati da questi criteri!-, attraverso lo sguardo teorico l’esperienza vissuta è devitalizzata e l’esperienza effettiva della vita è destoricizzata3. Questo concetto di metodo determina quale tipo di unità e di molteplicità costituisce la connessione dei vissuti ed è così che la psicologia post-razionalista di Guidano, invece che la persona in carne ed ossa, mette a tema il soggetto ideale, la macchina vivente; sarebbe dunque più adeguato parlare di Organizzazione di Significato Im-personale.

Nell’ambito di questa prospettiva è difficile capire l’utilizzo fatto a piene mani dai seguaci di queste teorie della visione narrativa sviluppata da Ricoeur (alcuni parlano degli stili delle organizzazioni, altri di narrative emozionali, altri di narrative personali, altri di significato narrativo, altri ancora di astrazione narrativa!?) proprio perchè dietro la questione della narrativa si staglia quella del linguaggio ed, a fondamento di essa, quello della temporalità, dell’esperienza pre-riflessiva. Temporalità intesa come l’accadere una volta sola in modo decisivo della vita! La stessa sorte è toccata alle categorie ermeneutiche di Inwardness e Outwardness da me distinte -usate da alcuni senza neppure citare le fonti- snaturate al rango ontologico di categorie di ordinamento dell’oggettualità e private così di ogni senso4. Certo, in una psicologia che ha il rigore della chiacchiera (Das Gerede) si può dire anche che il ferro è ligneo o che gli asini volano…!

E’ invece molto più agevole comprendere come questa stessa prospettiva generi, sulle orme di Freud, il tentativo di teorizzare tutto ciò che rimane fuori dal soggetto teorico-razionale. Ed allora l’inconscio diventa il luogo di quelle rappresentazioni cognitive che, pur non entrando nella coscienza, operano come metacoscienza affettiva o come cognizione incosciente (Balbi 2009). E’ veramente arduo essere più razionalista di così! Eppure queste acrobazie sono perfettamente coerenti con il post-razionalismo di Guidano. Esse sarebbero anche adeguate se gli esseri umani fossero macchine viventi anzichè persone in carne ed ossa!

Mi pare dunque che il post-razionalismo di Guidano così come l’epistemologia sperimentale di Maturana condividano la stessa prospettiva ontologica che anima il pensiero moderno, caratterizzata dalla determinazione anticipata dell’essere come se fosse una cosa; come se fosse un prodotto –il sistema auto-organizzato- che permane processualmente immutato nel tempo ed immutabilmente sta alla base (sub-jectum) di tutte le qualità mutevoli. Inutile dire che questa strada che Vittorio Guidano stava abbandonando quando la morte lo colse -come si vede dal suo ultimo ciclo di lezioni che aggiungono qualcosa di nuovo ai libri scritti di suo pugno– fa parte ormai da molti anni esclusivamente del patrimonio storico dell’Istituto Post-Razionalista che io dirigo. Il post del post-razionalismo per noi significa al di là del razionalismo e questo significato è sostenuto da un’altra ontologia orientata invece che dalla questione su cosa uno è (cosa è l’anima? –ti esti psychè- si chiede Aristotele all’inizio del II libro del De Anima, l’opera che è a fondamento di tutta la psicologia occidentale) dalla domanda sul chi: “die Werfrage” dell’ermeneutica ontologica. Se guardiamo la vita umana da questa prospettiva, l’unica cosa che veramente colpisce è il come ancora ci si possa interessare alla normalità o alla psicopatologia degli esseri umani avendo come principio ontologico fondamentale -da cui ricavare leggi e modelli psicologici e psicopatologici- l’essere della cosa a portata di mano!

Per noi, l’intento fondamentale della psicologia è lo studio della vita effettiva nella sua storicità e singolarità e la vita fattuale è il terreno di partenza della fenomenologia ermeneutica intesa come puro metodo. Metodo vuol dire ricerca di un accesso alla analisi dell’esperienza vissuta conforme all’esperienza stessa tale da poterla cogliere a partire dal senso di attuazione specifico ed effettivo; la fenomenologia ermeneutica non impone alla vita i concetti, ma piuttosto “se li fa dare da essa stessa”. Una psicoterapia orientata in questo senso pone per la prima volta la persona ed il suo mondo –non la teorizzazione del soggetto- al centro dell’indagine e della cura.

D’altro canto, alla ridefinizione della psicologia come scienza corrisponde la stipulazione di una nuova alleanza con le neuroscienze e di nuove regole del gioco fra psicologia e neuroscienze (Arciero 2006, Arciero & Bondolfi 2009). E’ da questa alleanza che nascono le nostre ricerche nelle neuroscienze (Bertolino et al. 2005, Rubino et al. 2007, Mazzola et al. 2010, Mazzola et al. (submitted a), Mazzola et al. (submitted b), Ferri et al 2009, Ferri et al. (in preparation) ed in psicologia dello sviluppo (Mazzola, Palla et al. (in preparation)), che non sono né libri orali, né lezioni di training, né chiacchiere da corridoi universitari, né un modo di pensare, ma papers scientifici pubblicati ed in corso di pubblicazione su peer reviewed journals. Il nostro istituto è tra le rare scuole di formazione in Italia che investe in ricerca e, sicuramente, l’unica che ha un team in grado di elaborare dati di imaging funzionale che ci permette di collaborare con centri di ricerca prestigiosi come Parma e Ginevra, oltre Bari. Da questo modo di intendere la psicologia ed il suo rapporto con le neuroscienze è nata una nuova visione della psicopatologia che una giuria dell’Associazione della Stampa medica inglese presieduta da Trevor Jackson, Magazin Editor del British Medical Journal, e da Danny Rees, medical science librarian at the Wellcome Foundation- ha voluto riconoscere premiando il volume scritto con Bondolfi su quest’argomento “Selfhood, Identity and Personality Styles” fra i tre libri dell’anno 2010 nella Specialist readership section.

E’ dunque evidente che il post-razionalismo a cui Mancini si riferisce non ha nulla a che fare con quello dell’Istituto Post-Razionalista fondato con Guidano e che rappresenta da sempre le posizioni scientifiche ufficiali del costruttivismo post-razionalista. All’oggi queste posizioni non solo non si esauriscono nelle teorie di Guidano, che invece da anni sono considerate completamente superate, ma delineano una nuova visione che si riflette fattualmente oltre che nella pratica terapeutica nella ricerca scientifica. E’ questo modo di intendere la psicologia, la psicopatologia, la psicoterapia e le neuroscienze che ispirò l’ultimo grande congresso internazionale di costruttivismo di Bari nel 2003 organizzato dall’IPRA che aveva appunto come titolo: “Costruttivismo, fenomenologia e brain imaging”.

Qualche mese dopo quel congresso, una post-razionalista “ortodossa” chiese di parlarmi perchè io dessi conto delle mie critiche pubbliche alle teorie di Guidano. Essendo a conoscenza della profonda amicizia che mi legava a Vittorio Guidano e senza porsi neanche per un attimo la domanda su quale mia passione animasse le mie posizioni, interpretò quelle critiche applicando ad esse un significato prefabbricato secondo le direttive di senso di una Organizzazione preconfezionata. Le mie posizioni divennero allora il risultato di un lutto non elaborato: il blocco alla fase di protesta per la perdita dell’amico caro, in una Organizzazione depressiva!Questo episodio mi pare che mostri in sintesi e nella pratica in cosa si traduce il razionalismo del post-razionalismo; l’analisi del significato im-personale inghiotte la persona e la lascia senza parole, senza storia e tragicamente senza responsabilità! Chissà se costei -e tutti quelli come lei- saranno mai sfiorati da quella luce nelle parole di Aristotele quando all’inizio dell’Etica Nicomachea accingendosi a criticare l’Idea del bene di Platone dice: “Si può certamente ritenere più opportuno, anzi doveroso, per la salvaguardia della verità, lasciar perdere i sentimenti personali, sopratutto quando si ama la sapienza; infatti pur essendoci entrambi cari (la verità e gli amici), è cosa sacra dare la preferenza alla verità” (I 4,1096a 12-16).

Alla fine di questa indebita imposizione della mia voce fra Cutolo e Mancini volta solo a chiarire ciò che al lettore poteva risultare oscuro, mi resta una domanda o meglio una curiosità sui miei involontari interlocutori. Io mi chiedo come mai ad ambedue, forse presi dalla foga del confronto, sia sfuggito di porre a tema il presupposto stesso del loro argomentare che in fondo li caratterizza entrambi: cosa significa essere razionalisti. E se non si può non condividere con Mancini la esigenza di scientificità che egli reclama come criterio per chi pretende di dire qualcosa in psicologia, io dico che essa non basta, come dimostra quella ricerca di qualche anno fa di un gruppo di italiani premiata con l’Ignobel che aveva scoperto (sic!!!) che dal punto di vista biochimico l’innamoramento è identico ai disordini compulsivo-ossessivi! Oggi, affrontare le neuroscienze implica confrontarsi con un nuovo dominio di problemi. Mancini è senza dubbio consapevole -avendo contribuito alla realizzazione di uno studio fMRI (Basile et al 2010)- che per coniugare lo studio della psicologia con quello delle neuroscienze (o anche della genetica) è oggi necessario interrogarsi sulla relazione fra i fenomeni psichici ed il loro substrato neurale, pena la trasformazione della psicologia ad una funzione ancillare. Questo sta accadendo alla psicologia cognitiva, tanto che Gazzaniga già da qualche anno ne ha annunciato la morte (1998).

Pertanto, alla necessità di ridefinizione dei confini e dell’ambito di riflessione della psicologia come scienza io aggiungo la richiesta di un rigore concettuale che renda trasparenti i principi che guidano l’accesso a quei fenomeni che si vogliono indagare e che con chiara evidenza la invocata scientificità non basta a legittimare.

NOTE

1 Accenno solo per completezza, rinunciando ad ogni commento, alla torsione assoluta di senso che il termine ousia subirà attraverso l’esperienza della Par-ousia –o meglio, del comportamento nei confronti della parousia- che pervade gli scritti di Paolo (vd per es. I Ts 5,1-6) e che sarà l’origine di un epocale ripensamento della temporalità e della storicità dell’esserci. Alla luce di questa linea interpretativa possono essere studiati Agostino, il giovane Lutero, Pascal, Kierkegaard, Heidegger, Ricoeur. Il tema di fondo che si intravede nelle opere di questi pensatori è che il rapporto con l’esistenza non è teoretico, di conoscente a conosciuto, ma un rapporto di autodeterminazione pratico-decisionale per cui l’esserci si riconosce in ciò che decide di essere e di fare di volta in volta (Jeweiligkeit).

2 Come scrive Heidegger a commento del metodo della ricostruzione di Natorp: “Il neokantismo (Natorp) si limita a capovolgere il processo della “obiettivazione” (della conoscenza dell’oggetto) per giungere così alla “soggettivazione” (che costituirebbe il processo filosofico – psicologico)” (Heidegger pag 39,1995)

3 Chiaramente quando accenno ai segni zodiacali lo faccio in modo ironico tenendo presente quello che gli antichi consideravano l’oggetto delle scienze teoretiche: cioè di quelle scienze, come la teologia, che studiavano gli enti che avevano la caratteristica di non poter essere diversamente da come sono -per es. il movimento dei corpi celesti, etc. Ma ancora il giovane Kant 2000 anni dopo, nella prefazione della Allgemeine Naturegeschichte und Theorie des Himmels scrive: “Io riconosco tutto il valore di quella prova che si deduce dalla bellezza e dall’ordine perfetto del sistema cosmico a conferma di un suo creatore sommamente saggio” (pp.138).

4Queste categorie ermeneutiche prendono origine alla fine degli anni’ 90 dai miei studi su Scheler e si sviluppano fino alle riflessioni sulla Befindlichkeit attraverso Agostino, la mistica medioevale, Scotus, Cartesio, Henry, Merleau Ponty, e l’approfondimento di una delle scoperte di logica ermeneutica più brillanti del ‘900: l’indicazione formale. Sul versante della psicologia delle emozioni esse sono messe a confronto con le teorie delle emozioni da Sartre a Ekman, da Harré a Prinz e Damasio, da Griffith a Solomon etc. Tutto questo complesso apparato concettuale che sostiene la mia ricerca sull’emozionarsi -formalmente indicato – è cancellato da un uso deprecabile di quelle categorie da parte di alcuni, giustificato dal possesso comune della concettualità e dei dati della scienza, che non fa differenza di metodo fra la determinazione di una scarpa e l’analisi dell’esperienza di una situazione. Tale uso è un evidente esempio di come fondare la psicologia sulla chiacchiera (Das Gerede).

Riferimenti bibliografici

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Basile B, Mancini F, Macaluso E, Caltagirone C, Frackowiak RS, Bozzali M (2010). Deontological and altruistic guilt: Evidence for distinct neurobiological substrates. Hum Brain Mapp, 31(9):1339-1347.

Bertolino A., Arciero G., Rubino V., Latorre V., De Candia M., Mazzola V. et al. (2005). Variation of human amygdala response during threatening stimuli as a function of 5’HTTLPR genotype and personality style. Biol. Psychiatry, 57, 1517-1525.

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