Esperienza, spiegazione e la ricerca della coerenza

Giampiero Arciero, Vittorio F Guidano

In Neimeyer A.R.,Raskin D.J. (Eds). Constructions of Disorder. APA Press.Washington, D.C. 2000

Le scienze cognitive, sin dalla celebrata rivoluzione cognitiva degli anni ’70, si sono sviluppate lungo una traiettoria epistemologica preferenziale che indicava come strategia di base per la ricerca la spiegazione dei sentimenti e dell’agire umano secondo leggi predittive causali. L’ “uomo razionale”, in grado cioe’ di dedurre logicamente da premesse “chiare e distinte” la validità delle sue azioni e delle sue emozioni, era preso a modello di riferimento per lo studio della attività conoscitiva umana.

E’ noto come questa prospettiva sia stata tradotta nell’ambito delle scienze cognitive in una metafora dominante; l’uomo razionale e’ trasformato attraverso la tecnologia computazionali e la simulazione dell’intelligenza artificiale in uomo computazionale. Mantenendo ben saldi i principi del razionalismo, l’approccio computazionale considera l’attività conoscitiva come il prodotto di un processo di rappresentazione di un mondo indipendente da colui che osserva; la validità del processo rappresentativo a cui corrisponde la verità della “realtà esterna” osservata e’ assicurata 1) dalla capacità di spiegare in termini causali le relazioni tra i fatti osservati e (2) dalla verificabilità della spiegazione indipendentemente sia dai contesti che dall’osservatore. Secondo questa metodologia, pertanto, la spiegazione di un evento mentale e’ volta da un lato a chiarire le cause che ne hanno determinato l’emergenza, dall’altro a confermarle attraverso la riproducibilità delle condizioni che l’hanno prodotto. Di conseguenza, l’atto mentale può essere riconosciuto come tale dalla comunità degli osservatori solo se risponde a questi criteri (cfr nota 1). L’atteggiamento epistemologico dominante nella psicologia cognitiva sin dai suoi esordi riflette questi presupposti metodologici: da un lato l’osservatore razionale, dall’altro l’evento mentale impersonale. Ma è possibile sostituire il significato dell’esperienza che ognuno di noi ha del proprio vivere con la spiegazione impersonale dell’esperienza?
Da circa dieci anni e sullo sfondo di differenti tradizioni di pensiero, e’ emersa all’interno della psicologia cognitiva una nuova prospettiva comunemente conosciuta come “costruttivista”. L’enfasi che questo approccio pone sull’attività personale e sociale di costruzione del significato e del senso si riflette in una epistemologia ed in una ontologia dei processi cognitivi incommensurabili con le teorie razionaliste. Nel corso della prima parte di questo capitolo tracceremo i contorni di questa prospettiva delineando un set di assunti di base che si collocano nella tradizione dell’epistemologia evolutiva da un lato, e della fenomenologia ermeneutica dall’altro. La seconda parte tratterà del tema dei processi di regolazione dell’identità personale nel corso del fluire della vita, mentre nella parte finale saranno brevemente delineati i principi di psicopatologia e psicoterapia post-razionalisti. NOTA 1 La possibilità di riprodurre “atti mentali” e’ al centro dell’uso estensivo che la psicologia cognitiva ha fatto delle tecnologie computazionali.

UNA PROSPETTIVA COSTRUTTIVISTA

Il punto di divergenza fondamentale di una ontologia costruttivista rispetto alle teorie razionaliste è il riconoscimento che lo sviluppo di un sistema di conoscenza non e’ organizzato da leggi che possiamo formulare in termini razionali. “Le nostre azioni”, dice Hayek (1988), “sono governate da regole adattate al tipo di mondo in cui viviamo, e cioè a circostanze di cui non siamo ben consapevoli, che tuttavia determinano la struttura delle nostre azioni dotate di successo”. Ogni sistema conoscitivo è, cioè, parte integrante di una comunità e di una storia di pratiche e di senso che l’individuo, attraverso la sua partecipazione, concorre a portare avanti. L’esaurirsi ed il rinnovarsi delle tradizioni, la morte di intere civiltà, così come la scomparsa di linguaggi nel corso della storia umana testimoniano il carattere di storicità intrinseco ai processi conoscitivi.
D’altro canto, se pensiamo l’individuo come una organizzazione biologica individuale siamo condotti a considerazioni complementari alle precedenti. Sotto questo profilo, il nostro accesso al mondo, il nostro essere-nel-mondo, e’ vincolato all’impalcatura percettivo-motoria ed emotiva inseparabile dal nostro corpo (Maturana, 1986; Maturana & Varela, 1987; Merleau-Ponty, 1962). Il nostro mondo e la nostra conoscenza sarebbero senza dubbio differenti se, per esempio, la nostra percezione dei colori, piuttosto che da tre, fosse regolata da quattro colori primari, come avviene nei piccioni! Essere biologicamente incarnati implica pertanto un altro aspetto ontologico di base: ogni atto conoscitivo piuttosto che essere impersonale, riflette l’ordine esperenziale su cui si fonda poiché e’ inseparabile dall’unità vitale che lo produce (Guidano, 1987; Guidano, 1991; Guidano & Liotti, 1983).
Di conseguenza, la cognizione, invece che emergere da un ingegno purificato da tutte le credenze e da tutte le opinioni attraverso il controllo e il governo della ragione, si configura come un’azione originaria inestricabilmente connessa alla partecipazione ad una matrice storico-sociale condivisa, alla storia personale ed alla organizzazione biologica che la incarna. Conoscere, dunque, piuttosto che la rappresentazione più o meno valida di una realtà esterna, e’ la continua configurazione di un mondo in grado di rendere coerente il fluire dell’esperienza dell’individuo ordinante nel contesto storico in cui gli e’ accaduto di vivere (Arciero, 1989; Arciero & Mahoney, 1989; Varela, 1987; Winograd & Flores, 1986).

Linguaggio ed esperienza.
Se i mondi che noi portiamo avanti sono codipendenti dalla propria esperienza (e dalla nostra storicita’), l’ordinamento che essa assume nella nostra trama esperenziale prende forma a partire dalla nostra praxis del vivere: in essa trovano una coordinazione il sentire e l’agire individuali con il sentire e l’agire degli altri. E’ a partire da essa che il linguaggio umano si e’ evoluto, permettendo la riconfigurazione dell’esperienza e quindi la coordinazione reciproca ad un livello diverso da quello dell’accadere della prassi stessa del vivere. (Nota: Gli studi svolti in piu’ ambiti mettono chiaramente a fuoco come il linguaggio nelle civiltà pre-letterate sia caratterizzato da un’aderenza totale alla sfera dell’azione -Havelock, 1963; Ong, 1982).
La possibilità di costruire e di scambiarsi il significato della propria esperienza attraverso la messa in uso del linguaggio deve aver favorito le capacità di adattamento in maniera sensibile; si pensi, per esempio, alla possibilità della coordinazione di comunità primitive rispetto allo sfruttamento delle risorse e alla valutazione delle opportunità e dei pericoli direttamente legati alla sopravvivenza, oppure alla capacità di trasmissione intergenerazionale dell’esperienza virtualmente preservata in un racconto. La partecipazione alla sfera linguistica permette cioè di rendere disponibili per i partecipanti l’esperienza di ognuno, mentre la progressiva differenziazione individuale -che la messa in uso del linguaggio promuove-, favorendo lo sviluppo di condotte d’azione diversificate, aumenta le possibilità di sopravvivenza per tutti. Pertanto, se guardiamo il linguaggio come una totalità, come cioe’ l’organizzazione spontanea della “conversazione” fra gli antenati, i viventi ed i successori non e’ possibile distinguere l’apporto di ogni partecipante; da questa angolazione il linguaggio si genera come un ordine autonomo ad un livello diverso di quello degli individui da cui e’ messo in uso. Se, invece, consideriamo l’unita’ individuale siamo rimandati ad una considerazione differente della nozione di soggettività offerta dal razionalismo. Infatti, il significato che noi diamo alla nostra esperienza del vivere piuttosto che essere generato nella coscienza di un soggetto che in isolamento riflette su di se’, viene dal di fuori: ci arriva come senso; esso prende forma attraverso uno “sforzo di appropriazione” (Ricoeur, 1983) della propria esperienza mediato dalla comunità socioculturale di cui accade essere partecipi. Per cui la coscienza di se’ non è data; essa emerge nello sviluppo e nell’articolazione, attraverso la messa in uso del linguaggio, dell’esperienza di esistere che e’ la condizione ontologica irriducibile di ogni significato.
Pertanto, se da un lato il soggetto ha un accesso significativo alla propria esperienza solo attraverso l’uso di sistemi simbolici che ne permettono il riordinamento, e’ la struttura temporale dell’esperienza che vincola ogni possibile riconfigurazione simbolica. La conoscenza di sé prende cosi’ forma attraverso una circolarità costitutiva fra i continui accadimenti del nostro vivere e, d’altro canto, il nostro ricomporli in trame di significati (condivisibili) che permettono l’ordinamento stabile di quell’accadere.
I due livelli sono evidentemente irriducibili. Nel caso dell’immediatezza infatti l’esperienza che ognuno di noi fa e’ sempre congiuntamente esperienza dirette di se’ e del mondo. “Sentirsi-cosi'” in una certa situazione corrisponde ad un modo di essere e contemporaneamente ad un modo di accadere del mondo. E’ per questa relazione di coappartenenza che il come sentiamo e l’esperienza immediata del mondo sono irrefutabili: infatti noi siamo sempre come ci sentiamo di essere (Guidano 1991; Olafson, 1988). Per quel che riguarda il riordinamento dell’accadere del vivere, invece, la riconfigurazione dell’immediatezza esperenziale in una trama coerente di significati consente di ricomporre l’esperienza e l’attribuzione a se’ o ad altri dell’esperienza, generando cosi’ le linee di demarcazione fra la propria identità e l’identità degli altri. E’ infatti proprio in virtu’ di questo dominio sull’esperienza del vivere -che il linguaggio permette- che il soggetto si appropria del suo proprio esistere. Questo continuo parlare da se’ (l’immediatezza esperenziale) e tornare a se’ (il significato dell’esperienza) sono alla base del processo di costruzione dell’identità personale. Per effetto di questo processo di identificazione l’uomo si chiude in se’, l’uomo genera l’unicità del suo mondo, la sua interiorità.
La solitudine del soggetto di Cartesio e Leibnitz appare cosi’ il risultato dell’appropriazione di se’ attraverso la partecipazione ad un senso condiviso! Come sintetizza Madison (1995), “il soggetto riflessivo in cerca di significato, auto-comprensione, è un soggetto linguistico, un soggetto che è dato e che conosce sé stesso attraverso il linguaggio che abita”.

L’IDENTITA’ PERSONALE

Se la costruzione dell’identità personale corrisponde ad un processo che prende forma nella relazione reciproca fra il susseguirsi del nostro sentirci vivere e la sua continua ricomposizione in una connessione di significati, allora queste due dimensioni corrispondono ad altrettante forme di ordinamento dell’esperienza nel tempo: a due modi di percepirsi nella continuità del vivere. Da un lato il senso di “permanenza di me” nella molteplicità delle situazioni del mio accadere, dall’altro il senso di “coesione di me” che si produce attraverso l’ordinamento delle mie esperienze in una configurazione storica coerente (Ricoeur, 1990).
Quanto questa differenziazione corrisponda a due dimensioni irriducibili di essere si evidenzia nel confronto fra i tratti ricorrenti di una personalità ed il mantener-si effettivo, per esempio, verso la realizzazione di un progetto di vita. Mentre nel primo caso il processo di ordinamento dell’esperienza immediata si organizza in patterns ricorrenti nel tempo (sameness), nel secondo caso il chi di quella personalità appare nella sua individualità, nella sua stabilità autonoma rispetto al fluire della vita. Il rapporto fra queste due dimensioni dell’ordinamento dell’esperienza genera una serie di problemi correlati fra loro. In primo luogo, che relazione intercorre fra il senso della permanenza di sé (sameness) e l’accadere intercorrente del nostro vivere? Poi, come la riconfigurazione significativa di quel sentire e agire genera un senso di “coesione unitaria” della propria esperienza? Ed infine, come prende forma la reciproca coordinazione fra questi aspetti dell’identità personale?
Confrontati col primo problema, dobbiamo distinguere due aspetti dell’identità che spesso si confondono e sovrappongono: da un lato l’immediatezza del proprio accadere legata alle circostanze, dall’altro la percezione “quasi condensata” della propria continuità, indipendente dalle situazioni contingenti. Queste due polarità, la cui relazione varia nel corso del ciclo di vita individuale, riflettono due modi di manifestarsi del dominio emotivo. Nel primo caso, patterns di pre-comprensione emotiva ricorrente, nel secondo stati emotivi episodici.
Più autori nel corso degli ultimi venti anni, sottolineando gli aspetti ricorrenti degli uni e le caratteristiche intercorrenti degli altri, hanno distinto la differenza fra tratti emotivi e stati emotivi. In particolare, studi basati su una prospettiva funzionalista delle emozioni discrete (Ekman, 1984; Izard, 1991; Malatesta, 1990) mostrano come patterns di predisposizione emotiva (tratti) corrispondano ad una organizzazione emotiva stabile, ricorrente ed unitaria che assicura la continuità del senso di sé (person-bound), mentre l’evento emotivo sembra più legato agli accadimenti contingenti (situationally-bound) e può non essere integrato in un senso di continuità personale.
Che relazione intercorre fra queste due dimensioni del dominio emotivo? Se guardiamo alla prospettiva della continuità personale, la ricorrenza di stati emotivi nel tempo si esprime nella sovrapposizione fra il senso di stabilità e l’esperienza immediata. Un evento viene così integrato nell’immediatezza percettiva attraverso l’identificazione di quelle proprietà dell’accadimento che possono riferirsi al senso di continuità personale. Ciò significa che una stessa predisposizione emotiva che e’ andata sedimentando nel corso dello sviluppo personale fornirà le coordinate per il successivo contatto con il mondo. Così, per esempio, per gli evitanti la progressiva stabilizzazione di un senso di rifiuto o perdita unita ad una organizzazione personale emotiva centrata sulla rabbia e sulla tristezza implica non solo l’anticipazione cross-situazionale del rifiuto/perdita, ma orienta l’esperienza immediata sia nella percezione che nell’azione. Per cui un evento viene decodificato nell’immediatezza percettiva attraverso l’identificazione di quelle proprietà dell’accadimento che fanno riferimento alla perdita/rifiuto; d’altro canto “c’e’ una spiccata tendenza a generare nell’ambiente socioculturale di appartenenza possibili azioni che possono essere comprese solo in termini di perdita e di delusione” (Guidano, 1987).
Le precedenti considerazioni sul senso di continuità personale (sameness), nella sua quasi coincidenza con l’immediatezza esperienziale (selfhood), sono supportate da alcuni studi classici che riguardano la natura organizzazionale del dominio emotivo nelle aree della percezione e del comportamento. Questi studi mostrano come le inclinazioni emotive in particolari soggetti determino sia la capacita’ di lettura percettiva di emozioni specifiche o l’incapacita’ di comprensione di determinati tipi di espressione emotiva negli altri (Tomkins & McCarter,1964), sia la capacita’ o l’incapacita’ di produrre specifiche emozioni nell’espressione di determinate classi diemozioni (Malatesta, 1990; Malatesta, Fiore, Messina & Culver, 1987; Malatesta & Wilson, 1988). La Sameness pertanto “condensa” una storia, che e’ la storia della sedimentazione e dell’integrazione dell’esperienza in un ordine emozionale ricorrente.
Alla perseverazione dell’unita’ organizzativa del dominio emotivo si oppone, quando non riconducibile alla continuità del proprio sentire, l’essere se’ nell’immediatezza situazionale; nella continua contingenza ed imprevedibilità del Selfhood consiste quella effettività del vivere che fa dire a Gadamer (1960) “il se’ che noi siamo non possiede se stesso; si potrebbe dire che accade”. Come si coniuga questo elemento di dispersione di sé -il selfhood- con quell’elemento immutabile nella vita di ognuno di noi -il senso di continuità- che il tempo non intacca? Siamo così giunti alle soglie del secondo tema. E’ a questo punto che entra in gioco la mediazione simbolica e con essa l’identità intesa come unità narrativa delle esperienze nel corso di una vita; e’ infatti attraverso la riconfigurazione dell’esperienza in un racconto che la continuità può essere integrata con la molteplicità del proprio accadere.
La coesione degli eventi in una totalità intelligibile e’ forse la funzione più importante del racconto di se'; in essa opera la sintesi delle due dimensioni temporali dell’esperienza. L’integrazione si produce attraverso la struttura propria di una storia che combina in una totalità significante la discontinuità dell’accadere. Da questo punto di vista ogni storia mantiene la sua coerenza ed identità fino a quando e’ in grado di integrare gli imprevisti della vita inattesi in un senso di unitarietà.
La ricomposizione in un racconto della prassi del vivere coincide con la costruzione del personaggio a cui quelle azioni ed emozioni sono riferite. Nella storia infatti si compone l’attribuzioe a se’ dell’esperienza e quindi l’appropriazione di una varietà di situazioni che acquistano una valenza per il soggetto di quel racconto. In questo senso, la singolarità di una storia si costruisce contemporaneamente alla unicità del suo protagonista; d’altro canto, la relazione fra unità e discontinuità nella costruzione del racconto ha come controparte la dialettica fra il ricorrere di patterns emotivi stabilizzati che fornisce al protagonista il senso di permanenza nel tempo, e la varietà di situazioni emotivamente significative che perturba quel senso di continuità personale. E’ questa la dialettica interna al personaggio da cui scaturisce la sua identità narrativa. Il racconto di se’ svela quegli aspetti immutabili del carattere fino al punto di integrare quelle emozioni perturbanti in una unità coerente, articola quella dialettica interna nel linguaggio. In questo atto il se’ si appropria del suo sentire ed agire modulando l’esperienza del suo vivere attraverso la strutturazione di una coesione coerente che corrisponde alla continuità del soggetto della storia ed all’unita’ della storia stessa.

IDENTITA’ PERSONALE E REGOLAZIONE DELLA COERENZA INTERNA.

La ricomposizione dell’esperienza del vivere in una connessione di significati e’ pertanto un processo di appropriazione significativa dell’esperienza -guidata nel corso dello sviluppo da partners piu’ avanti nelle fasi di sviluppo (Vygotskjy)- che modifica le esperienze da cui dipende ed il corso stesso della prassi del vivere. La coordinazione reciproca fra il dominio emotivo e la sua riconfigurazione in un racconto di se’ e’ un processo regolato a piu’ livelli.
1) Sin dalle prime fasi della vita, alla progressiva organizzazione del dominio emotivo corrisponde l’ordinamento della relazione con una persona emotivamente reciprocante. La sedimentazione di eventi emotivi in un senso di permanenza di sé prende, cioè, forma all’interno di una relazione stabile, bilanciata e centrata sulla prossimità-distanza da una base sicura di attaccamento emotivo.
La sintonizzazione psicobiologica di e verso il caregiver permette all’infante di orinare il proprio flusso senso-motorio in vissuti emotivi, che divengono riconoscibili solo all’interno dello stesso continuum che va dall’avvicinarsi all’evitamento. In questa prospettiva, l’attaccamento viene a svolgere un ruolo predominante (a) nel differenziare e organizzare un range di tonalità di emozioni basiche in un dominio unitario e (b) nel modulare la frequenza, l’intensità e la durata degli stati emotivi attraverso la regolazione delle oscillazioni ritmiche tra patterns psicofisiologici di arousal-inducing (come l’esplorazione e il gioco) e di arousal-reducing (come la sicurezza e l’aggrapparsi) (Fox & Davidson, 1984; Malatesta & Wilson, 1988; Suomi, 1984; Thompson, 1990). Il senso di permanenza di sé si organizza intorno ad emozioni ricorrenti, il cui ordinamento e la cui regolazione dipende dalla specifica qualità dei patterns di attaccamento intercorrenti; questi tratti emotivi forniscono le caratteristiche affettivo-percettive chiave per l’assimilazione dell’esperienza. D’altro canto, la consistenza nel tempo della relazione con il caregiver concorre a stabilizzare ed articolare quel senso prototipico di permanenza di sé, raggiunto nelle prime fasi dello sviluppo. Le capacità di organizzar-si e regolar-si mostrate dal processo di attaccamento sono chiaramente dimostrate dalla presenza di reali organizzazioni di attaccamento -ossia, evitante, ambivalente e sicuro- fin dagli stadi precoci dello sviluppo (Ainsworth, Blehar, Waters, & Wall, 1978; Bretherton, 1985, 1995). Una organizzazione centrale di attaccamento consiste in un sistemazione della configurazione unitaria di esperienze prototipiche cariche emotivamente -sedimentate da eventi e situazioni ricorrenti nella reciprocità con la figura di riferimento- accompagnate da un nucleo articolato di attività autonome emotive comportamentali. In questo modo si e’ in grado di generare un senso stabile di percezione di se’, modulato attraverso la ritmica attivazione /deattivazione di opposte tonalità emotive. Per esempio, consideriamo l’attaccamento evitante esibito da un bambino con un genitore rifiutante. Da un canto, il bambino sviluppa una percezione di sé piuttosto differenziata, centrata su un senso di distanza dagli altri, sia che sia percepito in modo passivo o subito (come nel caso della inaiutabilità), sia che sia percepito in modo attivo o autogenerato (come nella rabbia e nell’aggressività). Dall’altro, il processo di regolazione fra emozioni opposte impedisce l’esperire il ritiro e la solitudine (connessa all’inaiutabilità) dall’andare oltre limiti critici, per l’attivazione opposta di esterna, di comportamenti di ricerca e contatto (connessi alla rabbia). Questa emozione e’ generalmente impedita dall’andare oltre i limiti critici -e produrre quindi più separazioni e rifiuti- dall’attivazione del processo opposto che ricrea il ritiro e il ricentrarsi su di sè.
Il senso di permanenza di sé centrato sull’evitamento si riflette inoltre sull’ordinamento di altre emozioni basiche come la gioia, l’interesse o la paura. Un bambino che non trova reciprocità nell’espressione di queste emozioni non solo cercherà una regolazione sempre più autonoma rispetto alla figura di riferimento, ma svilupperà aspettative sociali improntate su quello stile di modulazione emotiva. Sotto questo profilo, l’organizzazione emotiva appare sia regolativa che regolata dal se’. E’ regolativa, in quanto modula la prossimità ad una figura di attaccamento attraverso lo sviluppo di una particolare sensibilità a patterns di contingenza (dominio interpersonale); regolata dal se’ in quanto contemporaneamente organizza e mantiene il senso di continuità personale all’interno di traiettorie preferenziali di significato, integrando nuove esperienze emotive in una percezione unitaria di sé. Questa relazione di mutua definizione e regolazione fra la propria medesimezza ed una figura emotivamente reciprocicante, e’ messa ulteriormente in evidenza da quegli studi che indicano come il senso di permanenza di sé, nel corso della prima infanzia e dell’infanzia, sia in rapporto a cambiamenti nei patterns di cura (Magai & McFadden, 1995; Thompson, Lamb, Estes, 1982), come per esempio, per la perdita di una figura di attaccamento, e circostanze difficili di vita -come nelle famiglie disagiate- che mettono maggiormente a repentaglio la stabilità delle relazioni d’attaccamento (Cicchetti, 1985) e con essa la capacita’ di modulazione del dominio emotivo.
2) Con la messa in uso del linguaggio, l’esperienza personale viene progressivamente integrata in strutture narrative che permettono di dare un significato ed un senso all’esperienza stessa. In tal modo la continua variabilità dell’accadere e’ resa consistente nel tempo, fornendo un significato della costruzione del mondo con le caratteristiche di stabilità, familiarità e la conseguente abilità di posizionare nello spazio e nel tempo, in un contesto sociale, e con una relazione con gli eventi intercorrenti (Chafe, 1990).
La composizione della propria identità narrativa e’ il prodotto emergente della relazione fondamentale fra l’organizzazione di tratti emotivi ricorrenti -per cui ogni evento emotivo e’ accompagnato dall’esperienza della propria continuità- e la riconfigurazione in una trama di significati – che fornisce la possibilità di articolare e modulare quelle emozioni in una coesione coerente. Quindi, la caratteristica umana di “creare significato” -cioè, l’abilità di costruire l’azione in termini di agentività ed intenzionalità entro un contesto culturale (Bruner, 1990) e’ parte integrante della costruzione dell’identità personale; essa sembra prender forma dalla regolazione reciproca fra la struttura dell’esperienza e l’organizzazione affettiva del se’ intercorrente, permettendo per la prima volta l’apparizione di un processo nella storia evolutiva: l’articolazione emotiva.
La strutturazione delle esperienze personali in una modalità narrativa rende possibile l’articolazione emotiva, attraverso l’applicazione delle distinzioni nel fluire dell’esperienza immediata per essere compresa e spiegata. In questo modo, l’implicito “senso delle cose” può anche essere appreso e spiegato. Le emozioni contengono un’articolazione e richiedono anche un’articolazione come potenziale processo di vita (Taylor, 1985).
E’ così che “nel corso dell’ontogenesi gli individui sviluppano organizzazioni ideo-affettive intorno a certe emozioni che figurano come caratteristiche preminenti della personalità, e che influenzano un largo spettro di comportamenti, includenti l’elaborazione dell’informazione e le strategie per far fronte a “, (Magai & Huiziker, 1993).
L’organizzazione di patterns emotivo-comportamentali, stabilizzati nella reciprocità con la figura d’attaccamento, orienta infatti i processi di strutturazione narrativa fornendo, sin dalle prime fasi dello sviluppo linguistico, il contesto ricorrente in cui la riconfigurazione simbolica trova ancoraggio. Come mostrano piu’ studi sulle narrative dell’attaccamento nella prima e seconda infanzia, le storie elaborate dai bambini riflettono sia i contenuti relativi allo stile d’attaccamento, che le modalità di costruzione e di comunicazione di temi affettivi. Nel primo caso, per esempio, bambini di 6 anni erano invitati a completare storie volte ad esplorare il se’ nelle relazioni. Rispetto ai bambini classificati come sicuri, che descrivevano il protagonista del racconto come di valore, la relazione con la madre come calda e la madre disponibile in caso di aiuto, i bambini evitanti tratteggiavano lo stesso personaggio come rifiutato e fiducioso in sé stesso, negando l’importanza della relazione affettiva e del bisogno di aiuto (Cassidy, 1988; Oppenheim, Waters, 1995). Quegli stessi bambini evitanti, analizzati sotto il profilo della comunicazione dei propri stati emotivi, cercavano di distanziarsi o di evitare il discorso su argomenti emotivamente carichi.
In un altro studio volto alla valutazione dei modelli operativi interni in bambini di 6 anni, Main, Kaplan e Kassidy (1985) hanno trovato che i bambini evitanti non solo avevano difficoltà nel comunicare esperienze di separazione, ma si sforzavano anche di rimanere disciplinati emotivamente e nei comportamenti quando confrontati con temi interpersonali emotivamente evocativi.
Questi studi indicano che nel corso della prima e della media infanzia, l’ordinamento narrativo dell’esperienza, da un lato, coordina la relazione con un partner più adulto, dall’altro modula attraverso una riconfigurazione più o meno coerente quelle esperienze emotive cui si riferisce. Per cui la capacità dei genitori di fornire supporto emotivo ed una impalcatura esperenziale, facilitando l’articolazione emotiva attraverso la ricomposizione in trame di significato condivise (social sharing) facilita contemporaneamente la modulazione del dominio emotivo e l’integrazione di situazioni più complesse in un senso di coesione coerente di sé. Ciò promuove da un lato la capacità di distinguere i propri stati interni e di elaborarli in maniera progressivamente differenziata, dall’altro di mantenere il livello di attivazione emotiva all’interno di intensità gestibili. Alla stabilità del senso di sé, concorrono sia la ricerca attiva di stati emotivi intermedi (Guidano, 1987), sia l’esclusione diretta o indiretta dell’articolazione di tonalità emotive che non possono essere integrate nell’identità narrativa costruita fino a quel momento (Bowlby,1980,1985; Guidano, 1987, 1991). E’ evidente che la difficoltà di accesso e di appropriazione di tonalità emotive che riguardano sfere critiche dell’esperienza personale, riducendo le possibilità di integrazione dei propri stati interni, potranno determinare in questi anni l’emergenza di situazioni psicopatologiche favorendo in seguito l’incompetenza a risolvere momenti critici dello sviluppo.

CONTINUITA’ E DISCONTINUITA’

A partire dall’adolescenza e poi man mano nel corso dell’età adulta, va sempre più stabilizzandosi un racconto di se’ autonomo rispetto al fluire della vita, ma la cui stabilità e direzionalità e’ contingente al fluire dell’esperienza. Sebbene, infatti, i temi emotivi basici continuino a orientare lo sviluppo adulto, la loro composizione in una trama di significato è legata alle situazioni che emergono nel corso di una vita e che rendono quella vita e quella storia assolutamente singolari. L’identità narrativa, pertanto, da un lato elabora le emozioni tematiche in cui è ancorata, dall’altro integra le emozioni discrepanti e gli eventi inattesi in un senso di unicità e di unitarietà. In tal modo “l’unita’ narrativa di una vita” modula la relazione -da cui dipende- tra temi basici emotivi e situazioni emotive, assicurando un senso di stabilità personale e di continuità nel tempo.
Il punto centrale dell’atto narrativo è la relazione che intercorre fra il grado di strutturazione della trama e la capacità di modulazione affettiva. Infatti, quanto più la composizione degli eventi e’ in grado di articolare la propria esperienza in una unità intelligibile, tanto più e’ in grado di modulare oscillazioni emotive perturbanti ed assimilarle in senso di sé. Questo si spiega perché intercorre una specificazione reciproca fra la riconfigurazione simbolica dell’esperienza e la capacità di riconoscere differenti tonalità emotive e differenti variazioni di una stessa tonalità emotiva all’interno del senso di continuità personale. Come dice Taylor (1985), “a ciascuno stadio, ciò che noi sentiamo è funzione di ciò che abbiamo già articolato e suscita l’imbarazzo e le perplessità che un’ ulteriore comprensione può far scoprire. Ma se noi vogliamo accettare la sfida o no, se cerchiamo la verità o preferiamo rifugiarci nell’illusione, la nostra auto-(in)comprensione dà forma a ciò che noi proviamo. In questo senso gli umani sono animali auto-interpretanti”.
La relazione fra unità e discontinuità ha dunque come controparte il rapporto fra organizzazione emotiva basica ed eventi emotivi. Così, le circostanze che costellano la vita di una persona possono essere assimilate in una storia e quindi in una identità narrativa se d’altro canto che le emozioni innescano possono essere integrate in un senso di permanenza di se’ (dialettica interna al personaggio). Piu’ in particolare, l’evento imprevisto mette in scacco l’identità narrativa producendo emozioni che perturbano il senso di continuità personale. L’integrazione dell’evento in una narrativa di sé intercorrente da un lato riattiva tematiche emozionali e, con esse, segnali interni, immagini, scene, sequenze di azioni, e pensieri, dall’altro cambia la direzione della storia stessa, mutandone l’orizzonte delle aspettative. L’assimilazione dell’esperienza inattesa implica cioè da un lato il riordinamento retrospettivo dello spazio storico dell’esperienza, dall’altro il riassemblaggio di progetti di vita coerenti con la revisione della propria storia. In questo senso la storia concreta di se’ matura continuamente in un presente teso fra memoria e finzione. Dal punto di vista della dinamica interna, l’integrazione coerente dell’evento comporta una modulazione delle tonalità discrepanti che vengono così percepite e riconosciute come variazioni del senso di continuità personale. Infatti, quanto più la composizione degli eventi e’ in grado di articolare la propria esperienza in una unità intelligibile, tanto più e’ in grado di modulare le oscillazioni emotive e perturbanti ed assimilarle in un senso di unitarietà personale. La coesione degli accadimenti della vita nel racconto di se’ fornisce così un senso di stabilità dinamica nel tempo che si accompagna ad una modulazione altrettanto stabile del dominio emotivo.
Gli studi sui processi cognitivi e sociali nell’emozione sottolineano con chiarezza la interdipendenza fra l’intensità degli eventi, l’attivazione di temi emotivi e la loro integrazione attraverso la ruminazione mentale (mental rumination) e la condivisione sociale (social sharing). Più l’esperienza immediata e’ discrepante rispetto al senso intercorrente di stabilità personale, tanto più i processi di rielaborazione mediati dalla condivisione sociale e dalla ruminazione mentale saranno importanti. La prova narrativa di un’esperienza emotiva restituendo movenza a temi emotivi sedimentati facilita l’integrazione di situazioni di vita inconsistenti rispetto all’identità narrativa strutturata sino a quel momento. Spesso, i passaggi di sviluppo e gli stadi di vita, innescando una modificazione della percezione di sé, sono l’occasione per molti di noi per impegnarsi in qualche forma di revisione della narrativa di sé. La qualità di integrazione di queste sfide dello sviluppo influenzerà la capacità di risoluzione delle successive richieste di sviluppo (Cicchetti, 1988). Con minor frequenza, nel corso del ciclo di vita, possono invece emergere eventi così inattesi e discordanti rispetto alla propria storia e al senso di sé in corso, da richiedere una maggiore riorganizzazione dell’identità narrativa. L’impossibilità di integrazione coerente dell’evento innesca una rottura radicale nel senso di continuità, determinando un effetto retroattivo sull’ordinamento dell’esperienza e inevitabilmente sull’orizzonte delle aspettative di vita. Alla disgregazione del racconto di se’ che ne consegue si accompagna una più intensa galvanizzazione dei processi basici di ordinamento. La profonda mobilizzazione di temi emotivi basici nel corso di periodi critici (discontinuità) assicura il senso di permanenza di sé e contemporaneamente orienta lo sforzo del soggetto di rielaborazione globale della propria identità narrativa.
Non sorprendono pertanto i dati a prima vista contrastanti che indicano come nei momenti di transizione accadano grandi trasformazioni e discontinuità, ma anche una magnificazione di disposizioni basiche di personalità piuttosto che cambiamenti (Caspi, Moffit, 1991).
La riuscita di una riorganizzazione globale del senso di sé dipende dalle capacità di rielaborare un nuovo equilibrio – più flessibile e astratto rispetto al precedente – fra l’esperienza critica, i temi ideo-affettivi da essa attivati e le prospettive di vita. Ogni processo di rivoluzione personale si accompagna, pertanto, ad una profonda reinterpretazione del proprio passato e ad una ricostruzione dei progetti d’esistenza e della prassi stessa del vivere. D’altro canto l’incapacità di tale rielabora, non permettendo di autoriferirsi la perturbazione critica, non permette di reintegrare la discrepanza emotiva in un senso di continuità personale. In tal caso la forte attivazione di tematiche emotive di base -mantenuta dal persistere della discrepanza- determina da un lato la rigidità e la concretezza del racconto di se’, dall’altro un senso di estraneità e di non appartenenza dell’esperienza critica. L’insorgenza di situazioni psicopatologiche può rappresentare, allora, l’estremo tentativo che la persona mette in atto per mantenere un senso di gestione sul proprio sentire.

DISTURBI E TERAPIA

Principi di psicopatologia
La prospettiva che siamo andati delineando nel corso dei paragrafi precedenti impone una drastica revisione della metodologia alla base delle concezioni attuali in psicopatologia e psicologia clinica. Se infatti consideriamo l’esperienza non più come impersonale ma dal punto del significato che ha per chi vive, inevitabilmente muta la spiegazione dei disturbi clinici; la loro genesi va infatti ricercata nella storia delle trasformazioni dell’identità narrativa che il soggetto e’ stato in grado di articolare nel corso dello svolgimento del ciclo di vita.
D’altro canto, se -come impone la metodologia razionalista- l’evento mentale é considerato come impersonale, la spiegazione del disturbo clinico non può che fare appello a processi impersonali. Il cervello allora, per il suo carattere di interiorità non percepita dal mio corpo, diventa il luogo ed il mezzo della spiegazione. La riduzione dell’esperienza personale a processi di biochimica cerebrale autorizza cioè a trattare il disturbo mentale in termini di evento neutro, forse geneticamente determinato, che accade nel mio cervello. Da queste premesse non può che conseguirne una epistemologia impersonale che orienta l’identificazione dei disturbi psicopatologici sulla base delle manifestazioni cliniche (casualmente connesse a modificazioni biochimiche) eliminando l’esistenza distinta della persona.
La prospettiva non cambia di molto se alla spiegazione biologica del disturbo mentale -implicita nel DSM IV-, si sostituisce la spiegazione logico-razionale cara ai cognitivisti (cognitivists). Anche in tal caso, infatti, il disturbo, che e’ visto in termini di non corrispondenza delle proprie rappresentazioni con un ordine esterno univoco, e’ spiegato in base a leggi che definiscono la razionalità e l’irrazionalità dell’attività conoscitiva umana indipendentemente dal soggetto che la porta avanti. Se però, la costruzione dell’identità personale va compresa come “una modalità affidabile di in grado di produrre una qualità dell’esperienza immediata riconoscibile come il proprio Se’ (Guidano, 1987), il disturbo clinico diventa comprensibile solo alla luce della dialettica fondamentale tra il dominio dell’agire e del sentire e la sua ricomposizione in un racconto di sé. Allora, se per un verso differenti organizzazioni emotive orienteranno nel corso del ciclo di vita l’assimilazione dell’esperienza secondo diverse modalità dall’altro, quegli stessi patterns di significato personale potranno declinarsi (nelle componenti emozionali comportamentali o somatiche) in ambito normale, nevrotico o psicotico, in funzione dei livelli di articolazione ed integrazione dell’esperienza in una coesione unitaria di se’. Il continuum normalità-nevrosi-psicosi può essere compreso solo all’interno di questa mutua regolazione. Mentre la normalità viene così a coincidere con un’elaborazione flessibile e generativa degli eventi critici (l’assimilazione dell’evento discordante permette una progressione della storia ed un’articolazione più ampia del senso di se’), nella condizione la situazione discrepante viene elaborata al di fuori del senso di coesione del se’. Ciò ha vari effetti:
1) un irrigidimento della flessibilità e generatività nell’organizzazione di significato personale, limitandone le capacità integrative; ciò vincola gli sviluppi sia della storia che del personaggio ;
2) l’affiorare ripetitivo di emozioni critiche che non potendo essere articolate in una coesione unitaria devono essere concretamente gestite;
3) l’attribuzione della “condizione nevrotica” ad aspetti negativi o estranei a sé, che mantiene la discrepanza da cui e’ generata.
Nella situazione psicotica, infine, l’incapacità di elaborare l’evento discrepante produce una disgregazione del senso di coesione di sé e quindi dell’identità narrativa. Questa estraneità di se’con se stessi -rottura interna al “meccanismo d’identità”- si ripercuote sulle due polarità dell’identità personale. Da un lato ciò che determina una intensa galvanizzazione di temi basici emozionali tanto da escludere ogni possibile variazione del senso di se’. Inoltre l’incapacità di riordinare il proprio sentire ed agire in una trama coerente di significati fa si’ che il soggetto non riesca a decentrarsi dal campo percettivo dell’esperienza immediata; infatti l’accadere intercorrente del vivere e’ resa stabile nel tempo solo se ricomposta in connessioni coerenti che integrano in maniera unitaria la molteplicita’ dell’accadere. L’impossibilita’ di articolare la varietà dell’esperienza, identificandola come propria, spiega perchè immagini, percezioni, pensieri, emozioni, etc., sono avvertiti come elementi estranei all’interiorità. Da qui quel vasto corteo sintomatologico caratteristico degli stati psicotici che la psichiatria ha descritto come allucinazioni, idee di riferimento, inadeguatezza dell’affettività. D’altro canto, la stabilizzazione di questa modalità di percepire si compie attraverso una struttura di senso immutabile che annulla l’eterogeneità degli accadimenti. Da questa prospettiva non fa differenza che la struttura di senso sia univoca, come nel caso del delirio o nella forma catatonica, o che sia polverizzata in connessioni inintellegibili come nelle forme disorganizzate. In ambedue i casi, infatti, gli avvenimenti nuovi saranno riconosciuti senza che essi determino un effetto retroattivo sullo spazio dell’esperienza e sull’orizzonte delle aspettative, neutralizzando così la varietà ed i possibili effetti generativi. Ciò contribuisce a mantenere bloccati i patterns di attivazione in atto e contemporaneamente produce una graduale perdita di senso condivisibile del significato individuale dell’esperienza.
Pertanto, a seconda del livello di flessibilità e generatività raggiunti nel corso dello sviluppo personale, una stessa organizzazione di significato può essere elaborata secondo dimensioni diverse di integrazione. Per esempio, facendo ancore riferimento agli evitanti, la stessa esperienza critica di perdita può essere compresa come un punto di svolta, che permette una rilettura della storia personale e delle aspettative di vita (dimensione normale), o come una conferma del proprio destino di esclusione attribuita ad aspetti concreti di se’ (dimensione nevrotica) o, infine, come riconfigurazioni deliranti del proprio sentire che variano secondo la polarizzazione emotiva; se negativa (disperazione) deliri ed allucinazioni con temi di inadeguatezza personale, di rovina, di colpa, etc.; se positiva (rabbia) deliri persecutori.

La psicoterapia post-razionalista: aspetti metodologici
Dai principi di psicopatologia appena delineati deriva un chiaro orientamento del setting terapeutico: esso non può che situarsi nel cuore della dialettica fra l’esperienza di esistere e la riconfigurazione (congiunta) in una connessione intelligibile di accadimenti; e’ altresì evidente, quindi, che la relazione terapeutica e’ parte integrante del settino stesso (nota: nel delineare gli aspetti metodologici lasceremo inarticolata l’analisi della relazione terapeutica rimandando il lettore a Guidano, 1991). Il processo terapeutico pertanto e’ volto sin dalle prime fasi alla progressiva distinzione delle due polarità costitutive dell’identità personale; ciò, da un lato, al paziente di cogliere le tonalità emotive in corso e i patterns di attivazione ricorrenti; dall’altro, di riconoscere i processi interpretativi di base che egli impiega per dare significato alla propria esperienza di esistere. Per cui, nel ricostruire col paziente un certo accadimento, il terapeuta dovrebbe essere in grado di orientare l’attenzione del paziente alternativamente fra queste due dimensioni della prassi del suo vivere e sulla loro dialettica.
Come gli studi sulla guarigione dopo un’esperienza emotiva mostrano, la rielaborazione congiunta, per essere efficace, di un evento dovrebbe focalizzarsi, oltre che sui fatti, sulla esplorazione profonda dei sentimenti innescati da eventi. Cosi’ il terapeuta gradualmente rifigura con il paziente: a) come la percezione immediata dell’evento abbia innescato la discrepanza (emozione con cui l’evento e’ stato avvertito, percezione della situazione e del contesto); che effetto ha prodotto l’evento sull’intercorrente senso di stabilità personale (attivazione di temi ideo-affettivi e di gruppi di differenti emozioni ad essi connessi). B) come il paziente integra la dialettica fra medesimezza (temi emotivi basici) ed ipseità (situazione emozionale) in una coesione intelligibile (attribuzione a se’ o ad altri dell’azione e/o dell’emozione, valutazioni rispetto all’immagine di se’ -e dell’altro- in corso, convinzioni sedimentate, ragioni contingenti, spiegazioni, etc.).
Man mano il terapeuta attraverso la rielaborazione congiunta di sequenze di avvenimenti tenderà a rendere sempre più evidente al paziente come dietro l’apparente estraneità delle emozioni critiche traspaia una unità organizzazionale con una sua coerenza interna. L’obiettivo del terapeuta consiste, appunto, nel favorire l’appropriazione di quelle emozioni perturbanti in un racconto di se’ in grado di integrare il significato delle emozioni disturbanti e del senso di continuità personale.
Due considerazioni di fondo dovrebbero essere chiare al terapeuta che partecipa a questo processo. In primo luogo che il modo in cui il paziente cerca di riorganizzare il senso ed il significato della sua storia non e’ vincolato dalla verità oggettiva dei fatti, ma da una revisione dell’esperienza personale che renda attuabile per il paziente la continuità sia della storia che del suo esserne protagonista.Da questa prospettiva le resistenze, attivate da eventi che mettono a repentaglio la continuità del senso di se’, appaiono come dei meccanismi volti a mantenere la attuabilità dell’identità personale in corso. Esse pertanto andrebbero articolate piuttosto che avversate. Come Mahoney e Lyddon (1988) hanno sottolineato, e’ più probabile che il rispetto per la saggezza implicita dei processi sistemici faciliti il progressivo sviluppo psicologico, in confronto a quanto invece accade allorchè si tenta di negare il loro significato o di restringere la loro espressione.
D’altro canto, l’andamento del processo di articolazione emotiva (ciò che accade nella propria prassi del vivere e come e’ reso coerente in una coesione unitaria di se’) e’ determinato in maniera predominante dalle capacita’ di comprensione che il paziente ha sviluppato nel corso del suo racconto di vita, piuttosto che dalla professionalità del terapeuta. A tal proposito condividiamo l’opinione di Cicchetti (1998), per cui, sebbene non sia inevitabile, “un adattamento positivo alla sfida evolutiva aumenta la competenza e migliora la preparazione per risolvere in maniera funzionale/adattiva i successivi compiti dello sviluppo. Al contrario, la compromessa o inadeguata risoluzione di passaggi critici di sviluppo si risolve in una diminuita probabilità di un positivo adattamento alle successive richieste evolutive.” Questo spiega un’esperienza comune a molti terapeuti: come, cioè, differenti pazienti con identici disturbi possano l’uno reintegrare la discrepanza nel corso di poche sedute, mentre l’altro e’ in grado di generare piccoli mutamenti in tempi lunghi. Cio’ indica inoltre che i processi di riordinamento del paziente rappresentano il vincolo fondamentale per lo svolgimento e la durata della terapia.
Sotto il profilo metodologico l’auto-osservazione è la pratica essenziale per portare avanti sia la valutazione che l’intervento terapeutico. Impiegando un linguaggio tra il letterario ed il cinematografico, il terapista ricostruisce con il paziente il contesto emotivo-storico e la situazione discrepante. Quindi, come attraverso una “moviola” (Guidano,1991), il paziente è addestrato a provare le scene zoommando fuori della successione degli eventi -per ricostruirne un significato coerente con l’unita’ della storia- per poi zoomare dentro, ricollocando la scena -divenuta significativa- nell’intera sequenza. Contemporaneamente la reintegrazione delle scene critiche in una connessione intelligibile, si riflette su altre scene (modificandone l’enfasi) e sulla loro connessione (modificandone il senso). Le nuove tonalità emotive che questo processo permette di riconoscere e di significare possono essere così trasformate in altrettante variazioni del proprio senso di sé e della propria identità narrativa.
Nelle fasi iniziali della terapia, l’auto-osservazione orientata dal terapista permette al paziente di distinguere la dimensione dell’accadere da quella della sua riconfigurazione. L’analisi congiunta di sequenze di scene consente di ricostruisce sia il patterns di coerenza interna sottesi agli eventi problematici, sia il modo in cui un paziente si riferisce a se’. Nelle fasi più avanzate della terapia, e poi nell’analisi dello stile affettivo e della storia di sviluppo (infanzia, anni prescolari, fanciullezza, adolescenza e giovinezza), questo processo di riformulazione può essere ulteriormente facilitato allenando il paziente a riconoscersi come protagonista (punto di vista “soggettivo” che consente di esplorare come era percepita l’esperienza dalla prospettiva di chi la viveva), come spettatore (punto di vista “oggettivo” che permette al paziente di cogliere i significati ricorrenti nella connessione delle situazioni) e come autore (punto di vista “riflessivo” che promuove la consapevolezza del proprio modo di integrare l’esperienza) della storia che va narrando. La rilettura da più punti di vista di episodi di vita emotivamente significativi determina la riattivazione delle relative emozioni e contemporaneamente una modificazione delle modalità in cui esse sono valutate e autoriferite. Ciò da un lato induce la ricomposizione di nuovi sets di risposte immediate a livello soggettivo, espressivo e fisiologico, generando una maggiore flessibilità del senso di stabilità personale in corso (relazione medesimezza-ipseità). Dall’altro, il riformulare una sequenza di scene in una coesione intelligibile innesca l’emergere di nuove memorie, nuove connessioni di eventi e di nuove tonalità emotive ad essi connesse; ciò si traduce in una ricomposizione della relazione tra memorie autobiografiche specifiche (uniche per ogni singolo evento), conoscenza generale dell’evento (durante il proprio periodo di vita) e temi di vita, contemporaneo ad uno spostamento dell’orizzonte delle aspettative (racconto di se’). Questa ricomposizione dello spazio dell’esperienza, che gradualmente prende forma nel corso della revisione congiunta della prassi del proprio vivere e della sua storia, modifica contemporaneamente l’immagine abituale di sé (il protagonista della storia); essa va gradualmente ristrutturandosi attraverso un processo di appropriazione di nuove esperienze che vengono integrate in una nuova coesione di sé -cambiamento del punto di vista attuale su di se’-. E’ in questo aumento di flessibilità attraverso un incremento dell’integrazione dell’esperienza -che si accompagna ad una modulazione più articolata del dominio emotivo- che consiste l’effetto terapeutico. l’aspetto più importante di una psicoterapia efficace.
Nel paragrafo successivo verrà mostrato come questa metodologia e’ stata messa in uso nel corso del processo terapeutico con Richard: un cliente che ha chiesto un aiuto professionale per una sintomatologia depressiva.
L’andamento della terapia e’ scandito in tre fasi:
1) costruzione del setting con sviluppo della differenziazione fra la prassi del vivere e la sua riconfigurazione;
2) ricomposizione dello stile affettivo;
3) rielaborazione della storia di sviluppo.

E’ chiaro che questa divisione in fasi va considerato come un modo di semplificare la prassi operativa senza essere esaustivo del processo terapeutico.